Le obbedienze - seconda parte

scritto da Vittoria Solari
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Autore del testo Vittoria Solari

Testo: Le obbedienze - seconda parte
di Vittoria Solari

Le obbedienze 


Seconda parte

 

La notizia arrivò con l'inverno, in una circolare che suor Agnese lesse ad alta voce in refettorio, dopo il rosario.

Il Pio Albergo, diceva la circolare, si sarebbe trasferito nella nuova sede sulla strada per Baggio, fuori Porta Magenta, entro la primavera. Il palazzo di via della Signora non era più adatto ai bisogni dell'istituto. La nuova sede era moderna, grande, salubre. C'erano i caloriferi e l'acqua corrente ai piani, e ognuno avrebbe avuto il suo letto in camerate luminose. Si chiedeva ai ricoverati di prepararsi con spirito di gratitudine verso la Direzione e i benefattori.

Suor Agnese piegò la circolare e la mise nella manica.

Nessuno parlò. Poi parlarono tutte insieme.

*

Ognuna lo prese a modo suo, e io le ascoltai una per una, perché era quello che sapevo fare.

La signora Giovanna mi prese il braccio sulla panca del parlatorio, quel giovedì, e me lo strinse forte.

«E el mè fiœu? Come el fa a trovamm, là in fond?»

Le dissi che gli avremmo scritto. Che gli avremmo dato il nuovo indirizzo, scritto bene, con la strada e il numero. Che il tram arrivava fino a Porta Magenta, e da lì era un pezzo a piedi, ma un uomo giovane lo fa in mezz'ora.

«In mezz'ora» ripeté lei. E per tutto il pomeriggio guardò la porta.

La Gina, invece, era contenta. Lo disse a tutti, la mattina dopo, con il fagotto già pronto in mano.

«L'è rivada! La carrozza l'è rivada!»

Le suore le dissero di no, che non era la carrozza per casa sua, che era il trasloco. Lei annuì e sorrise e continuò a dirlo. Io non la corressi.

La Carolina non disse niente. Smise di parlare del tutto, per una settimana. Stava sulla sua sedia con il cuscino, davanti alla sua finestra, e guardava il cortile come si guarda una cosa che qualcuno sta per portarti via. Una mattina la trovai con la mano appoggiata al vetro, aperta.

La Pierina pianse. Era al Trivulzio da meno di un anno e aveva appena imparato dove stavano le cose.

La maestra Motta disse una cosa sola, con il lapis rosso fermo tra le dita.

«Mi porteranno via come un baule.»

*

Scrissi ai figli della signora Giovanna una sera di gennaio, con la maestra accanto.

Fu la lettera più lunga che avessi mai scritto per lei. Il nuovo indirizzo, la strada per Baggio, il tram fino a Porta Magenta, il giorno delle visite che restava il giovedì, l'orario del parlatorio. La signora Giovanna volle aggiungere che c'era un giardino, e che si poteva passeggiare, e che lei li avrebbe aspettati lì, sulla panca vicino all'ingresso, se ci fosse stata una panca. La maestra non corresse niente. Disse solo: «Ci metta la data. La data è importante.»

La scrissi tre volte, una per ciascun figlio. Anche per quello che la signora Giovanna non nominava. Non sapevo l'indirizzo, e lei non me lo disse. La terza lettera la piegai e la misi nella sua cassetta, sotto lo scialle, con quelle di Lodi.

*

In marzo mandarono me e altre due inservienti alla sede nuova, a preparare le camerate. Ci andammo con un carro della direzione, carico di lenzuola.

La città finiva presto, dopo Porta Magenta. Poi c'erano orti, prati, qualche cascina, una strada dritta e polverosa che andava verso Baggio, e in fondo alla strada, in mezzo ai campi, un edificio così grande che sembrava un'altra città. Era nuovo, con i muri chiari e le finestre tutte uguali, e intorno non c'era niente. Dalle finestre si vedevano i campi e, lontano, le montagne.

Dentro c'era odore di calce fresca. I corridoi erano lunghi, così lunghi che in fondo la luce sembrava un'altra stanza. Le camerate avevano i letti già montati, di ferro, in fila, e le finestre grandi. Era tutto pulito. Era tutto bello. Non c'era niente di nessuno.

Scegliemmo i letti. La suora che ci accompagnava ci disse di seguire l'elenco, ma l'elenco era fatto per numeri, e io lo guardai e poi feci quello che volevo. Misi il letto della Gina vicino alla porta, perché lei potesse vedere chi entrava. Misi la signora Giovanna e la Pierina una accanto all'altra. Misi la maestra in fondo, dove c'era più silenzio.

Alla Carolina diedi il letto accanto alla finestra più grande. Davanti alla finestra spostai una sedia, l'unica che trovai con lo schienale imbottito. Non c'era un cuscino. Il cuscino lo avrebbe portato lei.

Quando tornammo, la sera, la Carolina era sulla sua sedia, davanti alla sua finestra. Mi avvicinai.

«Nella sede nuova c'è una finestra che dà sui campi» le dissi. «Si vedono anche le montagne. Le ho messo vicino una sedia.»

Lei non si voltò. Ma dopo un momento disse, in italiano, con una fatica che non le avevo mai sentito:

«Grazie, Colombo.»

Fu l'unica volta.

*

Più si avvicinava la primavera, più avevo paura per la domenica.

La strada per Baggio era lunga. Da lì, per arrivare al cortile del coro in Porta Romana, ci volevano un'ora di cammino e il tram, e il tram costava. La domenica pomeriggio le prove cominciavano alle tre. Avrei dovuto partire dopo pranzo, e tornare con il buio.

Lo dissi alla maestra.

«E allora?» disse lei. «Ha due gambe. Ha un salario.»

«Il salario lo mando a mia madre.»

«Tutto?»

Non risposi.

La domenica dopo, al coro, cantammo la canzone francese. Sergio era in seconda fila tra i tenori, come sempre, con il foglio tenuto con due dita. A metà della seconda strofa aprì gli occhi e guardò verso le donne. Non so se guardasse me. Guardò per un momento solo, poi li richiuse. Io sbagliai l'attacco della strofa dopo, e il maestro batté la matita sul leggio.

Tornando a casa, sotto i portici, pensai che a Baggio quella canzone non l'avrei più sentita.

La settimana dopo arrivò una lettera da San Gottardo. Non una cartolina: una lettera vera, in una busta, con la calligrafia grande e storta di Bortolo.

Cara Ines, ti scrivo per conto di tua madre che è stata a letto tutto febbraio con la febbre e la tosse. Adesso sta meglio ma non può ancora andare al lavatoio e i monaci hanno preso un'altra. Il dottore costa. Se puoi mandare qualcosa di più questo mese, tua madre ti ringrazia. Tuo cugino Bortolo.

La lessi due volte, in piedi, nel corridoio. Poi andai nella cassetta, sotto la coperta piegata, dove tenevo le poche monete che avevo cominciato a mettere da parte per il tram, per quando saremmo stati alla Baggina, e le presi tutte.

Il sabato spedii il vaglia. Nello spazio per la comunicazione scrissi: Cara mamma, curati. Ines. Poi uscii dall'ufficio postale e rimasi un momento sui gradini, con la tasca vuota. Da Baggio, pensai, al coro ci sarei andata a piedi.

Quella sera, nel letto, pensai alle mani di mia madre nell'acqua gelata, e alla tosse, e mi vergognai delle monete del tram. Poi pensai alla domenica, e mi vergognai di essermene vergognata. Non riuscii a dormire.

*

L'ultimo giorno in via della Signora fu un martedì di aprile.

Mi alzai prima dell'alba, come sempre, e piegai la coperta come sempre. Poi la misi nel fagotto, perché quel letto non sarebbe più stato di nessuno.

Girai il palazzo da sola, prima che si svegliassero le vecchie. Il refettorio delle scuderie, vuoto, con le panche già accatastate contro il muro e gli anelli di ferro dove legavano i cavalli. La sala del lavoro, dove il pittore metteva il cavalletto. Il corridoio del parlatorio. La panca.

Mi sedetti sulla panca. C'era un po' di luce che veniva dal cortile, grigia. Pensai alla prima volta che mi ero seduta lì, accanto alla signora Giovanna, senza sapere perché. Pensai che in quel palazzo avevo vissuto due anni e mezzo, e che erano i due anni e mezzo in cui avevo cominciato a dire certe cose. Che non pregavo. Che la domenica era mia. Che quel posto, con le sue scuderie e le sue vecchie e la sua finestra sui tetti, era stato, senza che me ne accorgessi, l'unica casa che avessi mai avuto. Una casa che non era mia, e che era mia lo stesso.

Poi suonò la campana, e mi alzai, perché c'era da fare.

*

Vennero i carri alle otto.

Erano carri grandi, tirati dai cavalli, con le sponde alte, e ci caricarono di tutto: i materassi arrotolati e legati con lo spago, le cassette, i fagotti, le sedie, le stufe, i crocifissi. Poi caricarono le vecchie. Quelle che camminavano salirono sulle carrozze. Quelle che non camminavano le portarono gli inservienti uomini, in braccio o su una sedia, una alla volta.

Quando toccò alla maestra Motta, due inservienti si avvicinarono con la sedia. Lei li guardò.

«Grazie, no» disse.

Mi diede il braccio sinistro. Io la presi sotto il gomito, e lei si alzò, piano, e attraversò il cortile camminando, un passo alla volta, con la mano ferma in grembo e la schiena dritta come quando entrava in classe. Ci mise tanto. Nessuno le mise fretta. Arrivata alla carrozza si fermò un momento, poi salì da sola, con me dietro, e si sedette.

«Ecco» disse. «Non sono un baule.»

In strada c'era gente. Si fermavano sui marciapiedi a guardare i carri passare, come si guarda una processione. Qualcuno si toglieva il cappello. Qualche donna si faceva il segno della croce. Dei ragazzi correvano accanto alle ruote. Le vecchie guardavano dai finestrini la città che passava, i negozi, le chiese, il Duomo. Qualcuna piangeva. La signora Giovanna teneva lo scialle buono sulle spalle, anche se non era giovedì.

La Gina sorrise per tutto il viaggio, con il fagotto sulle ginocchia. Ogni tanto si voltava verso di me e diceva: «A cà. Andemm a cà.»

Le dissi di sì.

*

L'inaugurazione fu il ventidue di maggio, una domenica.

C'era il Duca di Genova, mandato dal re. C'erano i benefattori, il sindaco, il cardinale, i signori del Consiglio con le medaglie sul petto. Ci fu la banda, e la messa all'aperto, e i discorsi. Le vecchie erano sedute in file ordinate davanti all'ingresso, con il vestito della festa che la direzione aveva distribuito il giorno prima. Le inservienti stavano in piedi, in fondo, dietro a tutti.

Da laggiù non si vedeva quasi niente. Si vedevano le schiene delle vecchie, e sopra le schiene i cappelli dei signori, e sopra i cappelli la facciata nuova, chiara, con le finestre tutte uguali. Si sentivano i discorsi a pezzi, quando il vento li portava. Riconoscenza. Progresso. La carità milanese.

Io guardavo le schiene delle vecchie. La signora Giovanna, con lo scialle. La maestra, dritta. La Gina, che si voltava ogni tanto verso il cancello. La Carolina, con il suo cuscino sotto il braccio, che non aveva voluto lasciare in camerata. Tra loro mancava l'Angelina, e altre, che erano morte in via della Signora e non avevano visto il palazzo nuovo.

E mancavano i figli. Di tutti quei parenti, in piedi lungo il cancello, nessuno era della signora Giovanna.

Era domenica. Alle tre, in un cortile di Porta Romana, il coro cominciava le prove senza di me.

*

Alla Baggina, come cominciarono subito a chiamarla, i corridoi erano così lunghi che le vecchie ci si perdevano.

La Gina, la prima settimana, uscì dalla camerata per andare al gabinetto e la ritrovarono due ore dopo dall'altra parte dell'edificio, nel reparto degli uomini, seduta su una panca con il fagotto in grembo. Non piangeva. Aspettava. Quando la riportai indietro mi chiese se la carrozza era ripartita senza di lei.

Le altre trovarono ognuna un punto fermo, come si trova un appiglio su una parete liscia. La Carolina il suo l'aveva già: la sedia davanti alla finestra grande, con il cuscino che si era portata da via della Signora. Guardava i campi tutto il giorno, e la sera, quando il sole andava giù dietro le montagne, non si alzava finché non era buio. La maestra Motta trovò un tavolino in fondo alla camerata, sotto una finestra più piccola, e ci mise il lapis rosso, un calamaio vuoto e una pila di fogli bianchi che si era fatta dare dall'economo. Non aveva niente da correggere. Ma il tavolino era suo.

Fu la Pierina a sorprendermi. La Pierina, che in via della Signora aveva pianto per tre giorni, alla Baggina si orientò prima di tutte. Imparò i corridoi, i numeri delle porte, gli orari, la scala che portava al giardino. Dopo una settimana accompagnava le altre al refettorio, una per mano, e diceva: «Chi l'è el reparto. Chi se mangia. Chi gh'è el giardin.» Era arrivata per ultima in via della Signora, e aveva imparato prima di tutte cosa vuol dire arrivare.

*

La prima domenica di giugno andai al coro a piedi.

Partii dopo pranzo. La strada per Baggio era bianca di polvere, dritta, senza un albero, e il sole picchiava. Poi vennero le prime case, poi Porta Magenta, poi le strade che conoscevo. Non presi il tram. Il tram costava, e i soldi del mese erano già partiti per San Gottardo, tutti tranne quelli del francobollo.

Arrivai al cortile alle quattro, con la polvere sulle scarpe e la camicetta bagnata sotto le braccia. Il coro stava già cantando. Il maestro mi vide sotto il portone, smise di battere la matita e disse:

«Colombo! La credevamo persa.»

Mi misi in fila tra i soprani. La ragazza dalle dita bucate mi prestò il foglio. Tra i tenori, in seconda fila, Sergio aprì gli occhi e mi guardò, e questa volta non c'erano dubbi su chi stesse guardando. Poi li richiuse, e cantò.

Tornai alla Baggina con il buio. La suora del portone mi guardò entrare e non disse niente. Salii in camerata, mi tolsi le scarpe, e mi accorsi che non ero stanca. O meglio: ero stanca, ma era una stanchezza mia.

*

La lettera con il nuovo indirizzo i figli l'avevano ricevuta. Lo sapevamo perché la figlia di Lodi aveva risposto. Quattro righe. Cara mamma, abbiamo saputo del trasloco. Speriamo che ti trovi bene nel posto nuovo. Ti pensiamo sempre.

La lessi alla signora Giovanna tre volte. Lei la piegò e la mise nella cassetta, sotto lo scialle.

Il giovedì si pettinò, si mise lo scialle e scese in giardino, dove c'era una panca vicino all'ingresso, come aveva scritto nella lettera. Ci stette dalle due alle cinque. Il giovedì dopo anche. Nessuno venne.

Il terzo giovedì di luglio non si pettinò. Rimase seduta sul letto con il pettine in mano, guardandolo come se non sapesse più a cosa servisse.

«Signora Giovanna, oggi è giovedì» le dissi.

«Lo so» disse lei. Poi mi diede il pettine. «Fall ti.»

La pettinai io. Le raccolsi i capelli sulla nuca con le due forcine, come faceva lei, e le misi lo scialle sulle spalle. Ma non scese in giardino. Rimase in camerata, vicino alla finestra, con le mani in grembo.

*

La maestra Motta me lo diede un pomeriggio d'agosto, senza dire niente prima.

Era un libro piccolo, con la copertina di tela verde consumata agli angoli. Grammatica della lingua francese ad uso delle scuole normali femminili. Sulla prima pagina, con una calligrafia che conoscevo per averla vista nelle correzioni rosse, c'era scritto un nome e una data: Ernesta Motta, 1861.

«L'avevo a diciott'anni» disse. «Volevo andare a insegnare a Ginevra. Poi non ci sono andata. Ci sono cose a cui si rinuncia e cose a cui non si rinuncia. Questa me l'ero tenuta per niente.»

Me lo mise in mano.

«Lei ha ancora tempo, Colombo. Io no.»

Lo tenni in grembo per tutta la sera. Non lo aprii. Lo misi nella cassetta, sotto la coperta piegata, e la notte, al buio, allungai la mano per sentire che c'era.

Fu in quei giorni che le chiesi l'unica cosa che non avevo mai chiesto a nessuno.

Eravamo sole, nella sala del lavoro, dopo pranzo. Le altre dormivano. Dalla cappella arrivava il suono dell'armonium: il cappellano provava i canti della domenica.

«Lei crede in Dio, maestra?»

Lei non si voltò subito. Finì di sistemare i fogli bianchi sul tavolino, con la mano buona, uno sopra l'altro.

«Per quarant'anni ho insegnato il catechismo» disse. «Era nel programma. L'ho insegnato bene, come la grammatica.» Fece una pausa. «Lei perché me lo chiede?»

«Perché quando prego non c'è nessuno.»

Lo dissi così, senza averci pensato prima. Era la prima volta che lo dicevo ad alta voce, e mi sembrò che la stanza diventasse più grande.

La maestra mi guardò a lungo.

«Non sono io che devo dirle cosa credere» disse alla fine. «Gliel'hanno detto per dieci anni, ogni mattina, prima del caffè. Adesso tocca a lei.»

«E se non trovo niente?»

«Allora avrà trovato quello» disse la maestra. «Che non è poco. Ma lo cerchi da sola. Non da me, e non dalle suore.»

Poi riprese il lapis rosso, e io capii che la lezione era finita.

*

La signora Giovanna morì a settembre, di notte.

Da qualche giorno non si alzava più. Il medico era passato, aveva detto una parola alla suora e se n'era andato. Le suore avevano chiamato il cappellano, che le aveva dato l'olio santo e aveva detto le preghiere, e la signora Giovanna lo aveva lasciato fare, con gli occhi chiusi. Poi il cappellano era andato a dormire, perché era tardi. Le suore avevano i loro turni. Le altre vecchie dormivano.

Restai io.

Mi sedetti sulla sedia accanto al letto e le presi la mano. Era leggera, e fredda in punta. Respirava piano, a scatti, con delle pause lunghe tra un respiro e l'altro, e ogni volta che si fermava io trattenevo il fiato anch'io.

A un certo punto aprì gli occhi.

«L'è vegnuu?» chiese.

Sapevo chi intendeva. Non le dissi né sì né no.

«Ci sono io» dissi.

Lei mi guardò. Mi riconobbe. Mi strinse la mano, appena.

Avrei dovuto pregare. Lo sapevo. Era quello che si fa. Le suore lo avrebbero fatto, e mia madre, e tutte le vecchie della camerata se fossero state sveglie. Le parole le avevo tutte, nell'ordine giusto, pronte, da dieci anni. Le cercai. Le trovai. Ma non riuscii a dirle. Non perché non le ricordassi: perché non c'era nessuno, dall'altra parte, a cui dirle. Non per me.

Lo capii in quel momento, seduta su una sedia di ferro accanto a una vecchia che moriva. Non con dolore. Come si capisce una cosa che si sapeva già.

Allora cantai.

Cantai piano, per non svegliare le altre, la canzone del coro. La canzone francese. Quand nous chanterons le temps des cerises. Le parole la signora Giovanna non poteva capirle, e non importava. Cantai la prima strofa, e la seconda, e lei teneva gli occhi aperti e mi guardava. Alla terza li chiuse. Io continuai fino alla fine.

Quando smisi, la stanza era silenziosa. Le tenni la mano ancora un poco. Poi le raccolsi i capelli sulla nuca, con le due forcine, e le misi lo scialle sulle spalle.

Pensai a mia madre, a San Gottardo, che a quell'ora dormiva sopra la stalla, e che la mattina sarebbe scesa al lavatoio a lavare le lenzuola dei monaci. Pensai che nessuno le avrebbe tenuto la mano, se fosse morta quella notte. Pensai che io ero a trecento chilometri, a tenere la mano a un'altra.

*

La mattina dopo, a colazione, la sedia della signora Giovanna restò vuota.

La Pierina, che non sapeva, fece per sedercisi. La Carolina si alzò dalla sua sedia davanti alla finestra, attraversò la camerata, cosa che non le avevo mai visto fare, e le mise una mano sulla spalla.

«Lì no» disse. «L'è la sedia de la Giovanna.»

La Pierina si sedette altrove. Nessuno si sedette su quella sedia per tutto il mese.

*

La lettera a mia madre la scrissi la domenica dopo, al tavolino della maestra, con la sua carta e con il suo calamaio, che le avevo riempito io.

Ci misi tutta la mattina. Ne scrissi quattro. Le prime tre le strappai.

Cara mamma,

sto bene. Una delle signore di cui mi occupavo è morta questa settimana, e io ero con lei.

Ti scrivo per dirti che da questo mese ti manderò un poco meno. Non molto. Ho deciso di tenere una parte del salario per me, per pagare le lezioni serali di stenografia e di francese. Vorrei diventare segretaria, come avevo studiato. Non so se ci riuscirò. Ma vorrei provarci.

Ti manderò sempre quello che posso. Ti voglio bene.

Ines.

La maestra la lesse prima che la spedissi, tenendola lontana dagli occhi, con la mano buona. Non tirò fuori il lapis rosso.

«Nessun errore» disse.

Quella notte, nel letto, pensai al fratello della grata. Le sue obbedienze gliele aveva date il priore: il forno, la porta, la biancheria da contare. Anche io ne avevo, e me le avevano date altri: le vecchie, le lenzuola, il vaglia del primo sabato del mese. Le avrei tenute. Ma adesso ne avevo due che nessuno mi aveva assegnato. La domenica, e il libro con la copertina verde.

Quelle me le ero date da sola.

*

Era la prima domenica di ottobre, e alla fine delle prove il maestro ci tenne un quarto d'ora in più, perché i bassi sbagliavano ancora l'attacco della canzone francese. Poi ci lasciò andare.

Il cortile si svuotò in fretta. Le donne si rimettevano il cappello, gli uomini si accendevano la sigaretta sotto il portone. Sergio stava piegando il foglio della musica, in quattro, con le sue dita grosse, attento a non sgualcirlo.

Avrei potuto andare via. La strada per Baggio era lunga, e veniva buio presto.

Non andai via. Attraversai il cortile. Lui alzò la testa.

«Buonasera» dissi.

«Buonasera» disse lui. Poi, dopo un momento: «Lei è il soprano che arriva sempre in ritardo.»

«Vengo da Baggio» dissi. «A piedi.»

Lui mi guardò, come si guarda una cosa che non ci si aspettava.

«Da Baggio a piedi» ripeté. «Per cantare.»

«Sì.»

Rimase un momento in silenzio, con il foglio piegato in mano. Poi disse:

«Io sono Sergio.»

«Lo so» dissi. E poi, prima che potessi pensarci: «Io sono Ines. Ines Colombo.»

Lo dissi in italiano, forte, per intero. Il mio nome e quello di mio padre.

Lui sorrise.

«Ines» disse. «Se vuole, la accompagno fino a Porta Magenta. Per via del buio.»

Mi misi il cappello. Uscimmo dal portone insieme, e la strada era ancora chiara.

Le obbedienze - seconda parte testo di Vittoria Solari
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